S i fa un gran parlare di questo “Fourth person”, attesissimo album d’esordio di Sarah Sharp, una delle più promettenti interpreti del panorama pop-jazz americano. Ben accolto dalla critica, l’album contiene 13 brani, composti per lo più con l’aiuto di Buffalo Speedway, altro personaggio chiave, musicista di grande personalità, che ha saputo bilanciare lo spiccato senso jazzistico della Sharp, con umori più legati al folk ed al pop, creando un affascinante mix di armonie, che definire originali sarebbe, quantomeno, limitativo. Lo script della Sharp è una scoperta e, forse, potrebbe apparire difficile, quasi ostico al primo ascolto, ma cresce nel tempo fino a farsi comprendere ed apprezzare. L’irregolarità delle geometrie armoniche, allontana l’intenzione iniziale di accostare la Sharp alla scuola cantautorale radicata in personaggi del calibro di Rickie Lee Jones, Tori Amos, Edie Brickell. Non manca una venatura rock, che in alcuni momenti, ascoltate bene “Run” o “Can’t we just love”, potrebbe richiamare addirittura l’indimenticabile Frank Zappa. Se non fosse per l’impegno che l’ascolto di “Fourth person” richiede, direi che la Sharp potrebbe avere le stesse chances della Sheryl Crow di una decina d’anni fa, anch’essa ricca di feeling, capace di scritture spigolose ed intriganti al tempo stesso ma, con in più dalla sua, la potente carica istintiva che il rock si porta dietro. E’ giusto sottolineare l’importanza che Kevin Ryan ha avuto nell’economia del lavoro, con la sua grande eleganza e capacità tecnica, sia alle chitarre, che alle tastiere. Sarah Sharp merita quindi grande attenzione, poiché potremmo trovarci di fronte a qualche cosa di importante, su cui fare un investimento per il futuro, suo, ma anche nostro, se non altro, per la soddisfazione di averla capita subito.